Cos’hanno in comune un supermercato e l’app-store del vostro smartphone? Entrambi sono recipienti – uno fisico, l’altro virtuale – di contenuti disposti in un layout mai casuale, deciso da un lato da un direttore di punto vendita, dall’altro da un algoritmo. Che voi siate tra gli scaffali saturi di una corsia o che stiate spolliciando su uno schermo, siete comunque consumatori, potenziali acquirenti (o fruitori, nel caso delle app gratuite) e prima ancora portatori di bisogni che i prodotti esposti possono soddisfare.
Ma come scegliere? Se non siete fedeli a una marca o a un produttore, che voi stiate scegliendo un detersivo o l’app per controllare i risultati sportivi la primissima discriminante è l’aspetto estetico: il packaging delle confezioni, gli screenshot di anteprima delle applicazioni. Facendo un passaggio ulteriore, la quintessenza dell’aspetto fisico di un prodotto è, certamente, il suo logo.
Loghi, loghi ovunque.
Tutto (o quasi) ciò con cui veniamo a contatto ogni giorno ha un marchio: l’automobile in garage, il pc con cui sto scrivendo, la lampadina che illumina la stanza, la penna per gli appunti, la mela nel portafrutta. Il logo, per un prodotto, svolge una duplice funzione: da un lato, permette al consumatore di distinguere il prodotto dagli omologhi dei concorrenti; dall’altro, e di conseguenza, è garanzia per chi compra che quello specifico prodotto di quella specifica marca possiederà un determinato livello di qualità e un determinato range di attributi. Il suo compito è dunque determinante nel mare magnum di prodotti esistenti sul mercato, e non è un caso se, in alcuni settori, prodotti simili se non addirittura uguali vengono venduti a prezzi molto differenti, con unica discriminante la presenza o meno del marchio dell’azienda (ad esempio, molti prodotti del settore farmaceutico).
Come nasce un logo?
La creazione di un logo, per un’azienda, non è solo un esercizio creativo affascinante da affidare a uno studio grafico. Ciò che è fondamentale è che in un simbolo, in poche linee, nella singola lettera che assieme alle altre forma il nome dell’azienda, ci sia tutto ciò in cui l’azienda crede e si rispecchia. Un logo dev’essere coerente, aggettivo che di sicuro non è tra i primi che saltano in mente quando l’argomento è “il marchio”. Dev’essere coerente con il sistema di valori che l’azienda propone, con il comportamento che l’azienda assume prima, durante e dopo che l’utente ha acquistato. Da un’azienda che ha come logo un cavallino rampante, il consumatore si attende prodotti veloci, di classe, signorili, tutte caratteristiche proprie di un cavallo di razza; se il logo richiama il tricolore italiano, è lecito attendersi caratteristiche che in quel settore sono proprie del made in Italy (un certo livello di design, ad esempio).
“Al passo coi tempi”.
Oltre che coerente, un logo dev’essere obbligatoriamente up-to-date, al passo coi tempi: l’azienda può aver cambiato filosofia o modo di porsi nei confronti del mercato, o semplicemente quello che anni prima andava bene, ora potrebbe non bastare più e richiedere piccoli o grandi accorgimenti. L’anno appena passato ha visto moltissime aziende di caratura mondiale effettuare un restyling del proprio logo, alcuni leggeri e frutto di perfezionismo, altri più radicali ed evidenti:
- Facebook, ad esempio, ha mantenuto lo stile del vecchio logo, arrotondando le forme, rendendole più amichevoli, e cambiando la lettera “a”:

- Google, pur tenendo i colori, ha riconfigurato tutto il proprio logo, pensandolo più aderente al material design che contraddistingue la grafica dei propri servizi, specie dal lato mobile:

- Anche Alitalia ha mantenuto lo stile del logo precedente, ingrandendo tuttavia la lettera A, sfumando i colori e donando più dinamismo al proprio marchio. Il nuovo logo è descritto come “una testimonianza forte delle altezze che la compagnia vuole raggiungere e della sua invidiabile esperienza nel campo dell’aviazione”.

- Per citare un marchio forse meno conosciuto ai più, è apprezzabile il lavoro svolto da RunKeeper, app che supporta gli allenamenti dei runner. Il logo originale, seppur distintivo ed efficace, era stato giudicato “troppo maschile” dalla compagnia, finendo per allontanare dall’uso dell’app (assolutamente unisex) le donne. La ristrutturazione effettuata ha fatto sì che il logo, più morbido, meno austero e più “divertente”, sia più consono ad un pubblico generico e non solo di podisti professionisti.

Un logo può essere fuori moda?
Le aziende tengono dunque molto alle modalità in cui si presenta al pubblico e al primo impatto, e aggiustano il proprio logo a seconda dei cambiamenti del mercato, della propria offerta o della domanda. Ciò che forse è poco noto è che, come per il settore della moda, anche il mondo della grafica segue delle tendenze e dei trend attorno ai quali vengono costruiti e ripensati i loghi delle imprese.
Secondo gli esperti del settore, il 2016 sarà l’anno:
- Della semplicità: spopoleranno simboli in bianco e nero, spesso disegnati con una sola linea continua;
- Della calligrafia: i nomi delle aziende conosceranno font unici nel loro genere, al punto da fungere essi stessi da simbolo distintivo, senza necessità di essere associati a un’icona;
- Dei due colori: è finita l’era degli arcobaleni, per fare un logo come si deve di colori ne bastano due, magari quelli (o alcuni di quelli) sociali della compagnia;
- Del vintage: non passa mai di moda, complice anche il movimento hipster che ha ancora un peso riguardevole nel mondo della moda, specie tra i giovani.
Alcuni assaggi di loghi che seguono queste tendenze sono il recentissimo logo Tim (qui), dallo stile minimal e lineare; il nuovo logo della compagnia elettrica Enel (qui), più futuristico e che perde il riferimento al proprio core business determinato dal vecchio simbolo; il logo che verrà utilizzato a partire dalla stagione 2016/17 dalla Premier League, la massima serie del calcio inglese (qui), decisamente semplice con la testa del leone ad un solo colore.
La scelta del logo è dunque un passo fondamentale per la buona riuscita di un progetto, di una startup o di un prodotto. Da solo però non basta: se è vero che senza un buon prodotto alle spalle, un logo pensato è pressoché inutile, è vero anche che a supporto di un oggetto di qualità, un buon logo è fondamentale e ne sostiene il lancio e lo sviluppo sul mercato.


