Tutto ciò che non sapevi sulla carta

By Grafiche Passart,

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carta medievale

La carta è la materia di cui sono fatti molti degli oggetti di uso quotidiano: i libri, i soldi, i quaderni. In pochi tuttavia sono in grado di distinguere tra i vari tipi di carta. In altri ambiti, le cose cambiano: le conoscenze di base su altri tipi di materie prime sono ormai diffuse, come pure diffusi sono gli esperti.Oramai tutti distinguono il denim dai tweed, la seta dal lino o il cachemire dall’acrilico; ma quasi nessuno saprebbe dire perché un libro si sia ingiallito, quali siano gli editori che usano la carta migliore e se una copertina sia goffrata oppure marcata a feltro.

Chi produce la carta in Italia

In Italia l’industria cartiera ha una storia antica. Il più importante produttore italiano di carta è il Gruppo Fedrigoni di Verona che, nel settore delle carte di lusso, è uno dei player più importanti a livello europeo e mondiale, e ad oggi conta 2.700 dipendenti e 13 stabilimenti di cui 9 in Italia. Nel 2014 ha fatturato ben 873 milioni di euro. La prima cartiera fu fondata da Giovanni Fedrigoni nel 1724 a Trambileno, vicino a Rovereto. Nel 2002, Fedrigoni ha acquisito dal Poligrafico di Stato le Cartiere Fabriano, le più antiche del mondo ancora in attività, fondate nelle Marche nel 1264, un anno prima che Dante Alighieri nascesse. Fedrigoni-Fabriano è oggi uno dei maggiori produttori di carte di lusso, scatole per profumi, carta adesiva (usata per esempio per le figurine Panini), carte per libri illustrati e normali usate da editori attenti alla qualità della materia prima. Fabriano è anche conosciuto per gli album da disegno; meno nota è invece la produzione di carta per banconote, pur essendone l’unico produttore italiano.

Chiara Medioli, direttrice marketing e discendente del fondatore di Fabriano, racconta: «La carta per acquarelli o incisione e quella dei soldi sono molto simili, tutte cotone, senza tracce di legno. Questi tipi di carta e la carta moneta sono sorelle».

Come si fa la carta

La carta si ottiene dalle fibre disidratate di cellulosa, un polimero naturale da cui si producono molti altri materiali come il diacetato delle montature degli occhiali, il rayon o il cellophane. Le fibre di cellulosa vengono sciolte nell’acqua fino a formare una pasta che si può stendere in fogli.

«È come stendere la sfoglia dopo avere mischiato acqua e farina. La carta ha molto in comune con la cucina», dice Medioli. «Ogni tipo di carta ha una ricetta, spesso segreta. Dipende dal tipo di cellulosa utilizzata, se è carta di cellulosa, derivata da fibre che si usano nel tessile come lino o cotone, oppure estratta dal legno, e dal tipo di legno, dai minerali nell’impasto e dai procedimenti chimici a cui è stata o non è stata sottoposta».

La cellulosa viene messa in commercio sotto forma di ampi fogli da sciogliere nell’acqua, eventualmente insieme a minerali aggiuntivi, come il carbonato di calcio. Questi fogli di cellulosa possono essere bianchi o avorio, a seconda del colore della carta che si vuole ottenere. La carta più preziosa viene prodotta dalla cellulosa fibrosa, estratta da piante come il cotone o la canapa. Quella del legno infatti è meno costosa ma contiene lignina, sostanza che provoca l’ingiallimento della carta col passare del tempo. Per valutare la qualità della carta di un libro quindi, la seconda cosa da fare dopo averla toccata, è vedere se invecchiando si ingiallisce sui bordi.

Breve storia della carta

L’invenzione (o la scoperta) della carta risale almeno al II secolo avanti Cristo. Il primo frammento è stato ritrovato a Fàngmǎtān, nel nord Est della Cina, sulla Via della seta. Apparteneva a una mappa della zona ed era ricavata dalla macerazione della corteccia di un gelso, l’albero i cui bachi fanno la seta. Nel 105 d.C. tale Ts’ai Lun, un funzionario alla corte degli Han orientali, riesce a diffondere la produzione della carta in tutto l’Impero. Nel 751, quando gli arabi conquistarono Samarcanda, si racconta che presero in ostaggio due cartieri cinesi che svelarono al mondo i segreti del mestiere. In questo modo, col passare del tempo, le tecniche di produzione della carta si diffusero prima in medio oriente, poi sempre più a ovest fino a giungere in europa.

Per molto tempo, la scrittura su carta si affiancò a quella su pergamena (che qualcuno ancora produce e digitalizza). Ma è solo con l’invenzione della stampa a caratteri mobili di Johannes Gutenberg, alla fine del Quattrocento, che la produzione di carta si diffuse in larga scala, anche se quella dell’epoca era prodotta usando tessuti. L’uso massivo del legno incominciò ad diffondersi con la Rivoluzione industriale: a partire dal Settecento nascono i giornali a grande tiratura, i primi best-seller, e inizia a formarsi una grande comunità di lettori. È qui che la storia della carta incrociò quella della tipografia, dal momento che la domanda era in espansione, e c’era la necessità di stampare grandi quantità di copie a costi contenuti per raggiungere la comunità di lettori che andava ampliandosi; si iniziò quindi a lavorare sui materiali e sui processi di produzione. L’opinione pubblica voleva leggere e scrivere e le tipografie avevano bisogno di stampare: la carta inizia a diventare commodity, e la sua qualità media tende a diminuire vistosamente con il passare del tempo. Già nell’Ottocento, la carta diventa un prodotto industriale.

Carta naturale e carte trattate

Le carte si dividono in due grandi categorie: naturali e trattate.

Le carte naturali (detta anche usomano perché sono quelle dei quaderni, dove tendenzialmente si scrive a mano libera) sono quelle che normalmente vengono usate anche per la stampa dei libri. La qualità varia molto, ed è legata alla percentuale di legna presente e dalla lunghezza delle fibre (ogni albero ha una lunghezza di fibre differente). I pini, o più in generale tutte le conifere, hanno fibre lunghe, mentre aceri, faggi, eucalipti (latifoglie) hanno fibre corte e quindi producono carte più opache. Esistono anche carte naturali (le più preziose) ricavate da cellulosa pura, senza lignina. Le carte naturali vengono poi sottoposte a collatura, cioè viene stesa una superficie di colla sulla carta per evitare le sbavature di inchiostro.

Le carte trattate, al contrario, possono essere di quattro tipi:

  • Patinate: sono carte che si usano per le riviste. La patina è ottenuta aggiungendo alla cellulosa una certa quantità di carbonato di calcio. Ne consegue che questo tipo di carta pesa di più, ma a parità di peso costa meno, perché il carbonato di calcio è meno caro della cellulosa. Ed è quindi molto meno preziosa ed elegante degli altri tipi di carta trattata.
  • Marcate a feltro: le carte marcate a feltro sono quelle che si ottengono stendendo i fogli ancora bagnati su tappeti di feltro, in modo da riprodurne il disegno e le irregolarità. Viene spesso utilizzata in editoria perché al tatto dà una sensazione di “materialità” e porosità che altre carte non danno. A Villar Pelice, vicino a Torino, c’è un museo del feltro e un’azienda che la produce.
  • Goffrate o vergate: le carte goffrate o vergate vengono fatte passare a secco dentro dei rulli che imprimono un disegno più regolare di quello del feltro; la differenza tra vergato e goffrato dipende dal tipo di disegno. Anche questo tipo di carta è usato in editoria, soprattutto sulle copertine.
  • Filigranate: è il caso delle banconote, ma anche di carte speciali usate per stampare libri preziosi o album da disegno che lascino intravedere un disegno all’interno. A differenza delle carte marcate a feltro o goffrate, nel caso della filigrana il disegno è nell’impasto e non impresso a posteriori.

Il costo della carta

carta per fotocopia

La carta si vende a peso, che è espresso in grammi per metro quadrato (si parla perciò di grammatura). Il costo può variare moltissimo: si va dai 700 euro a tonnellata delle carte più comuni (quelle usate per le fotocopie) ai 1500 euro per carte più preziose. Naturalmente, l’incidenza varia anche a seconda della quantità di copie stampate, del numero di pagine e delle dimensioni finali del libro, che però dipendono anche dal tipo di carta: se per esempio il testo è troppo corto perché il libro possa apparire un oggetto dignitoso sul mercato, l’editore può decidere di renderlo “migliore” aumentando la grammatura. Un altro procedimento consiste nel “gonfiare” la carta, aumentandone lo spessore a spese della densità (si parla di “carta bouffant“). Per fare un esempio, è il motivo per cui alcuni libri pesano molto meno di quanto potrebbe sembrare a prima vista. La qualità, insieme alla rilegatura, rimane l’indicatore principale (ancorché invisibile) della raffinatezza dell’edizione.

La carta dei libri italiani

Tra gli editori italiani di libri da lettura, il più attento alle carte è sicuramente Sellerio. La casa editrice propone infatti libri a formato ridotto, poiché altrimenti alcune collane costerebbero troppo per avere prezzi competitivi. Quasi ogni collana è associata a un particolare tipo di carta prodotta dalle Cartiere Miliani di Fabriano. Per esempio, la “Memoria” (la “collana blu” nata nel 1979 con la collaborazione di Leonardo Sciascia) ha la sovracoperta in Ingres e l’interno in carta naturale vergata delle Cartiere; la collana il “Divano“, al contrario, ha la sovracoperta stampata al torchio su carta Roma fabbricata a mano e interamente di cotone (come le banconote), e l’illustrazione a colori incollata. L’interno è stampato su carta naturale Grifo vergata o Palatina che varia in un range da 70 a 100 grammi, grammature piuttosto importanti.

Un’altra casa editrice che punta da sempre sulla qualità delle carte utilizzate è Adelphi. Non ha mai cambiato carta dal 1963, quando fece per la prima volta la scelta in merito a quale carta utilizzare. Le sovracoperte di Adelphi sono in carte Acquarello rigate, marcate feltro su entrambi i lati (un’altra carta Fabriano). Le copertine della Piccola Biblioteca  è in Imitlin, una carta goffrata inventata negli anni Quaranta sempre da Fedrigoni che “imita” il touching feel del tessuto.

Il Gruppo Mondadori, il maggiore editore italiano, compra la carta per tutto il gruppo dalla Holmen Paper, una grande cartiera svedese che produce anche legname. La carta all’interno dei libri è una normale usomano di buona qualità, dunque non ai livelli di Sellerio e Adelphi. Ci sono delle eccezioni per le collane più importanti, come i “Meridiani” e la “Biblioteca della Pléiade di Einaudi“, il cui interno è in Bible Avory, una carta di pura cellulosa leggerissima (grammatura 40/45) ma molto resistente che si usa anche per le bibbie e i messali, perché devono potere essere sfogliati senza rompersi e senza pesare tonnellate.

Gli interni dei libri Einaudi sono in normale usomano avoriata. Il colore avorio ha la funzione di diminuire la trasparenza delle pagine e, quindi, di migliorare la lettura.

Quanto inquina la carta

L’idea che la carta sia in qualche modo viva, o che comunque corrisponda alla morte di qualcosa di vivo come un albero o una pianta, è diventata comune da quando Internet ha offerto un’alternativa. Messaggi del tipo “Non stampare questa email. Salva un albero” sono frequenti nella corrispondenza online quotidiana in tutto il mondo.

Dal 1994 esiste un’organizzazione no profit internazionale chiamata FSC – Forest Stewardship Council, riconosciuta da WWF e Greenpeace, con il compito di certificare ogni partita di cellulosa, per assicurarsi cioè che chi ne produce non abbia ecceduto nella deforestazione, e che gli alberi siano stati abbattuti secondo parametri ecologicamente sostenibili. Esistono anche carte prodotte da partite di cellulosa ricavata dall’abbattimento incontrollato, per esempio, di boschi di betulle nell’Europa dell’Est, ma difficilmente da questi tipi di carta verranno ricavati dei libri. Soltanto il 15% del legno ricavato dagli alberi tagliati in tutto il mondo ogni anno viene utilizzato per la carta, il 75% finisce in edilizia, mobili e riscaldamento. Molto spesso, i libri vengono commissionati per essere stampati su carte riciclate: il problema che si pone è relativo al colore del prodotto finito. Per sua natura, infatti, la carta riciclata tende più al grigio che al bianco, e per evitare che i libri siano esteticamente brutti, viene sbiancata. Il processo di sbiancamento, tuttavia, inquina più che il processo di produzione di carta nuova. Un paradosso, questo, che fa decisamente discutere.

L’odore della carta

Prima che sul contenuto, il valore di un libro si basa su tre fattori: il formato, la carta e l’odore, che è l’elemento più inafferrabile e forse per questo più romantico per gli amanti dei libri. L’amore per l’odore della carta stampata è diventato il simbolo della nostalgia per un mondo che sta scomparendo sotto i colpi di ebook e digitale. Nel 2012 Karl Lagerfeld e Wallpaper hanno lanciato Paper Passion Perfume, un profumo ispirato proprio a quello delle varie carte.

L’operazione è più di facciata di quanto sembri: l’odore di un libro, infatti, dipende da troppe variabili per potere essere controllato e riprodotto. Il tentativo di inscatolarlo e venderlo, dunque, risulta più una mossa di marketing che una reale offerta di prodotto, che tuttavia riflette l’attaccamento sentimentale delle persone ai libri fisici, contro ogni previsione che li vedeva estinti in tempi brevissimi.

«Che mi risulti», dice ancora Chiara Medioli di Fedrigoni-Fabriano, «nessun editore si è mai troppo occupato dell’odore dei suoi libri, che dipende dall’umidità, dall’età del libro, da dove è stato conservato, dal tipo d’inchiostro, dalle carte e da come tutti questi fattori interagiscono tra loro».

(Fonte: Il Post)